La vita da pendolare

La vita da pendolare

L’anno scorso, durante una lezione all’università, ho origliato per caso la conversazione fra due ragazzi che si scambiavano pareri sulle loro rispettive vite da pendolare e da fuori sede; e paradossalmente, mentre il pendolare voleva tanto un appartamento per essere più comodo, l’altro avrebbe dato tutto per poter tornare a casa ogni sera. Ridacchiando sotto i baffi, ho cominciato a pensare a cosa significa essere pendolare – perché anch’io lo sono –, e per quale motivo chi lo è non vorrebbe esserlo.

Innanzitutto, la giornata del pendolare sembra non finire mai. Considerando per esempio uno spostamento quotidiano di un’ora per raggiungere l’università, il pendolare che ha lezione alle nove dovrebbe alzarsi come minimo alle sei e mezza – cioè quasi tre ore prima –, perché deve fare colazione, deve andare in stazione, deve prendere il treno, deve raggiungere la facoltà. Come se non bastasse, i buchi tra una lezione e l’altra diventano interminabili attese, tempi morti che si possono ammazzare andando in biblioteca – sì – ma sempre senza avere una “base d’appoggio”, sempre in bilico, sempre con lo zaino, il cappotto, la sciarpa se è inverno – eccetera. Quando è sera, quelle due o tre ore in più per il viaggio, quei tempi morti e la stanchezza generale fanno sembrare la giornata lunga più del normale.

La stanchezza, ecco – questo è un altro argomento. Parlandone con chi non è pendolare, io mi arrabbio sempre quando dico che il viaggio in treno è stancante perché le persone non ci credono – “Ma lo guidi te il treno?”; “Ma lo spingi?”. So che sembra una stupidaggine, ma un’ora di viaggio in treno, pur se passata stando seduti – magari a leggere –, è super-stancante. Il dondolio del treno, il caldo – tanto le lezioni sono in inverno, quindi c’è il riscaldamento acceso –, il suono costante e monotono che rintrona, le persone tutte accalcate, i loro odori, il brusio di fondo e quelli che urlano o ascoltano la musica, quelli che purtroppo impongono la loro conversazione a tutti… Quand’è la fine, un’ora di viaggio diventa un esodo, e si esce più stanchi del dovuto.

Gli orari dei treni, però, sono il problema più grande. Scherzando con gli amici, dico sempre che nelle tabelle orarie sono considerati già dieci minuti di ritardo di default, per stare sul sicuro, perché tanto succede sempre qualcosa che fa accumulare ritardo – la precedenza all’AV, gli investimenti frequentissimi, i guasti che capitano un giorno sì e l’altro pure. Ovviamente, l’ansia del ritardo a lezione cresce esponenzialmente con lo stress.

Il tempo del pendolare, però, pur se pieno di momenti morti, di attese e di pause, almeno grazie a questi diventa tempo utile per riflettere. Tantissime volte, per esempio di sera – e tornare a casa dopo le sette è veramente tristissimo; i passeggeri sono tutti silenziosi e mogi –, mi diverto a immaginare la vita delle persone dietro le finestre illuminate che passano nella campagna; altre volte, invece, comincio a pensare a ruota libera, a pensare a qualunque cosa. Spesso, in simili frangenti, ho avuto anche delle idee brillanti – come smettere di frequentare la maggior parte delle lezioni per prendere meno treni, per esempio.

E voi?, siete pendolari? Come vivete questa vita?; quali sono le cose che odiate e amate di più? Fatecelo sapere nei commenti.

Pubblicato da Alessandro Mambelli.

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