Il problema dell’abbandono degli studi

Il problema dell’abbandono degli studi

Secondo una ricerca Eurostat del 2016, in quell’anno circa 3 milioni di studenti universitari del Vecchio Continente hanno abbandonato gli studi; di questi, cinquecentomila in Italia (peggio di noi solo la Francia, con un milione di abbandoni). Dalle interviste fatte agli studenti è emerso che i motivi principali per cui gli universitari decidono di mollare sono: 1), cercare un lavoro; 2), i costi troppo alti. Da un certo punto di vista – me ne rendo conto – può sembrare assurdo che cercare un lavoro sia una delle cause scatenanti, visto che l’università dovrebbe preparare proprio a questo, quindi ragioniamoci sopra.

Secondo un articolo del 2018 de Il Fatto Quotidiano, la riforma dei tre anni più due avrebbe soltanto peggiorato le cose. Fondamentalmente perché i tre anni da soli sono perlopiù insufficienti: una laurea triennale in campo umanistico non permette di insegnare, né una laurea triennale in matematica è utile senza una specializzazione successiva. In secondo luogo, i tre anni più due diventano spesso sei o sette, perché statisticamente la maggioranza degli studenti consegue la laurea di primo livello ben oltre la fine del triennio, cominciando in ritardo la magistrale. Questo, alla lunga, porta un certo senso di frustrazione – il senso di perdere del tempo, la voglia di proseguire e superare quegli esami-ostacoli che non fanno progredire. Ci si iscrive all’università per prepararsi al mondo del lavoro, ma la si abbandona perché questo sembra sempre più lontano.

I costi troppo alti sono legati a questo problema: ogni anno in più, infatti, non solo allontana dalla tanto agognata laurea, ma richiede anche una sfilza infinita di spese, come tasse, affitti o libri.

Un altro motivo di scoraggiamento è il numero chiuso. Questo, infatti, impedisce a molti aspiranti universitari di iscriversi, e molti altri studenti – volenterosi, magari – perdono un anno o due tentando di entrare. Le due ragioni principali che giustificano il numero chiuso sono gli spazi e la gestione degli iscritti. Se tutti quelli che tentassero il test a medicina potessero frequentare le università che vogliono, per esempio, città come Bologna probabilmente collasserebbero. Inoltre, non ci sono proprio le aule in cui far stare tutte queste persone.

Qui il numero chiuso si lega ai costi troppo alti. Non parlo solo di tasse – anche se quelle aumentano di continuo –, quanto di tutto il resto. Gli affitti a Bologna e Milano, cioè le due città universitarie che per esperienza conosco meglio? Improponibili. Ciò significa che i proprietari spesso approfittano della necessità degli studenti per lucrare sopra i costi esorbitanti di case che certamente non valgono quei soldi. D’altro canto, è anche impossibile creare una specie di “programma affitti” o un programma di convenzioni fra i privati e le università. Ma promuovere una specie di campus-barra-dormitorio come in America? Se esistesse una struttura simile per tutti gli studenti, anche il problema del numero chiuso potrebbe cominciare ad essere ovviato (per le aule basterebbero semplicemente delle nuove infrastrutture, o al massimo – e da universitario penso sia l’ideale – si dovrebbe permettere a tutti il primo anno, con il successivo solo per chi consegue certi risultati).

Certo, il campus-barra-dormitorio è utopico, ma dietro quest’utopia c’è una verità ben peggiore. Leggendo le varie ricerche e i vari articoli, infatti – parlandone coi miei compagni –, mi sono accorto che uno dei problemi a monte è la scarsità di fondi per la scuola. L’Italia, secondo una ricerca Eurostat del 2017, è uno dei paesi europei che investe meno in istruzione. Meno fondi significano meno strutture, meno spazi, meno docenti preparati, meno possibilità, affitti e abbonamenti ai treni più alti, più numeri chiusi e meno orientamento nelle scuole sin dalle superiori, e quindi più fuga di cervelli (il solito annoso problema italiano) e più abbandoni, perché gli studenti vengono in un certo senso lasciati soli, senza bussola. In definitiva, meno fondi significano meno spazio di manovra per innovare, e senza innovazione non c’è la possibilità di evolversi.

Pubblicato da Alessandro Mambelli.

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