I tirocini medici nell’era del Covid-19

I tirocini medici nell’era del Covid-19

Qualche tempo fa avevamo parlato dei tirocini durante la pandemia. All’epoca si trattava di tirocini in generale, ma oggi ci soffermeremo soprattutto su quelli medici. Abbiamo parlato con uno studente di Medicina che ci ha raccontato come sono andati i suoi tirocini nell’ultimo anno.

L’anno scorso, il tirocinio di semeiotica obbligatorio per tutti gli studenti è saltato all’improvviso per colpa del Covid. Solo pochi studenti sono riusciti a fare un paio di giorni a inizio marzo prima che iniziasse il lockdown, e a loro i crediti sono stati riconosciuti. Gli altri potevano scegliere fra: recupero in presenza in estate o a settembre (ma comunicato solo dieci giorni prima e in piena sessione autunnale, quindi l’ha sfruttato solo chi era già a Bologna o non aveva esami); recupero online a fine anno (scelto dai più); recupero in presenza in data da definire (anche se per ora una data non c’è, ma c’è il rischio di trovarsi con studenti vecchi e nuovi a sovrapporsi).

Il problema è che semeiotica è un tirocinio importante, nel percorso di studi, perché svolgendosi a medicina interna permette di vedere un po’ di tutto. Una delle cose che si impara è l’esame obiettivo, cioè visitare un paziente con le quattro fasi: ispezione, palpazione, percussione, auscultazione. È una delle basi della medicina, così come il passaggio è uno dei fondamentali del calcio.

Lo studente con cui abbiamo parlato ci ha detto di aver scelto il recupero online, e che i materiali forniti erano ottimi e utili. I casi clinici, invece, sono stati discussi virtualmente, ma non avevano lo stesso fascino della pratica vera: “un conto” – ci dice – “è sentire un soffio cardiaco al computer con un audio pulito e senza brusio di sottofondo, e un conto è farlo in preda all’agitazione in un reparto con i rumori di fondo”.

Il secondo tirocinio di cui ci ha parlato è stato ematologia. L’ha svolto in presenza perché a fine anno la situazione non era critica come oggi. Il reparto, ci ha spiegato, è molto delicato perché diversi pazienti sono immunocompromessi per le loro patologie o per le cure che fanno, quindi i medici non volevano gli studenti. “A volte c’erano litigate fra strutturati che non ci volevano e direttore del reparto che ci voleva”.

La prima settimana di laboratorio l’ha svolta con gli specializzandi, che “si ricordano ancora cosa vuol dire essere tirocinante”, quindi sono stati molti gentili e disponibili. In laboratorio, comunque, si fanno più che altro visite di controllo, perciò si ascolta cercando di imparare. L’ultima settimana, invece, la pandemia stava tornando, e gli studenti – non vaccinati – non potevano stare in reparto.

L’ultimo tirocinio di cui ci ha parlato è stato quello a malattie infettive, purtroppo interrotto a metà dopo solo una settimana perché la situazione epidemiologica è peggiorata di colpo. Anche se l’università gli aveva garantito dei materiali online sostitutivi – ci dice –, al momento non ha ancora ricevuto niente, ma il tirocinio sarà convalidato ugualmente.

Il reparto è già problematico di suo perché i pazienti sono ammalati di altre malattie infettive, molte delle quali immunodepressive (come l’HIV). Gli studenti, comunque, lo hanno potuto visitare uno alla volta (fino a dicembre le cose erano normali). Ogni mattina, tuttavia, i tirocinanti assistevano al briefing sui pazienti ricoverati.

Il giorno di reparto, ci ha detto, è stato il più utile, perché ha visto più cose che in tutti gli altri giorni passati in ambulatorio, “ed è stato molto formativo”. Un solo giorno di reparto, però, sui venticinque che avrebbe dovuto fare.

Per quanto riguarda la ripresa dei tirocini, invece (al momento sono tutti sospesi), non si sa ancora niente. Dipende, ovviamente, da come procede la pandemia.

Pubblicato da Alessandro Mambelli.